Huge Wine Glass
Brindiamo ai tedeschi, vogliono i cocci di Ito
Ma non cambino idea
di Luca Beatrice
A fronte di chi si contende la pro prietà di monumenti e capolavo ri artistici del passato, c’è chi scari¬cherebbe volentieri opere con temporanee e interventi architettonici in stallati nelle piazze o nei pubblici spazi.
Il caso più emblematico e «scandaloso», al meno in Italia, è l’Huge Wine Glass dell’ar chitetto giapponese Toyo Ito, posizionato nella centrale Piazza Salotto di Pescara.
Tale ibrido tra scultura e arte pubblica, oltre che orrendo, porta sfortuna a sé e agli altri.
Inaugurata il 14 dicembre 2008, il giorno dopo l’allora sindaco Pd Luciano D’Al fonso, principale sostenitore del capolavo ro, viene arrestato.
Beffardo, il calice si spac ca dopo appena 64 giorni, il 16 febbraio 2009, implodendo tristemente e rimanen do transennato e avvolto da elastici.
Per inciso il bicchiere divino piangente era costa to un milione e centomila euro, e poco impor ta che solo in parte fossero soldi pubblici quando lo sfregio al buon senso è così lam pante.
La notizia di ieri ha del clamoroso e del ridi colo, se non è una bufala.
La NeueNational Galerie di Berlino, per inciso edificio simbolo dell’architettura moderna progettato nel 1968 da Mies van der Rohe, si è det ta disposta a rilevare l’opera nello stato attuale (cioè poco più che un rottame) per espor lo nella sua collezione.
Fanno molta più difficoltà le squadre di calcio a liberarsi di ex-cam pioni costosissimi, disposte a prestarli o regalarli.
Qui invece il museo tedesco è addirittura disposto a pagare il prezzo ori ginale pur di assicurarsi il pre zioso bicchiere.
Al posto degli amministratori pescaresi – la nuova giunta spinge per liberarsene al più presto – affitteremmo un camion e glielo con segneremmo a spese nostre, pur di non vederlo più.
Mai te deschi non hanno fatto i conti con la burocrazia italica, com plicata dagli aspetti giudiziari: in attesa di capire chi sia il vero responsabile della rottura, il cassone per ora sta li.
Spe riamo solo che da Berlino non ci ripensino…
Appurato che dell’eredità simbolica e cultu rale della scultura monumentale, posta come segno di imperitura memoria per ricordare una data importante della storia, celebrare gli eroi, i geni o i patrioti, non è rimasto più nulla, oggi la cosiddetta Public Art, quando non si attarda in noiose digressioni sociologiche in torno alle condizioni del luogo, preferisce puntare sull’effimero e sul provvisorio.
Una mera occupazione che mutua i codici dell’evento e della performance, capace di dare il meglio di sé quando dura poco e si fissa nella memoria per i caratteri di straordinarietà.
Se prendiamo due opere simbolo degli anni Ze ro, Blur Building degli architetti Diller+Scofidio, una nuvola di vapore attraversabile realizzata nel 2002 in un lago svizze ro, e Weather Project, capolavoro di Olafur Eliasson alla Tate Modem (2003) che rappre sentava un tramonto infinito, siamo di fronte a lavori il cui fascino aumentata funzione del la transitorietà.
Al contrario la vecchia concezione di allestimenti permanenti rivela tutta la sua inadeguatezza, soprattutto perché artisti e architetti non sembrano in grado di produrre idee vin centi per l’arredo urbano, preferendo stupire e aggredire invece divenire incontro a un ideale di armonia e di equilibrio, visto che di bellez za è vietato parlare.
Sarà questo uno degli ar gomenti caldi dell’imminente Biennale d’Ar chitettura che premierà con il Leone d’Oro al la carriera l’olandese Rem Koohlas, ovvero l’archetipo dell’ibridazione linguistica.
Tornando a Pescara, però, sarebbe bene non perdere il numero di telefono del direttore della Neue Nationalgalerie.
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